
Paesi miei. Storie e gesti di Una Boccata d'Arte
Una mostra di Fondazione Elpis in collaborazione con Toast Project
05.11.2025 – 21.12.2025Manifattura Tabacchi
Firenze
Aiko Shimotsuma, Qeu Meparishvili, Giuseppe Abate, Gabriele Ermini, Adele Dipasquale, Roberto Casti, Bibi Manavi, Atelier Tatanka
Fondazione Elpis presenta in collaborazione con Toast Project la mostra collettiva Paesi miei. Storie e gesti da Una Boccata d’Arte, ospitata da Manifattura Tabacchi a Firenze e visitabile gratuitamente dal 6 novembre al 21 dicembre 2025.
La mostra racconta l’esperienza di Una Boccata d’Arte, il progetto diffuso che dal 2020 invita ogni anno venti artisti e artiste a realizzare interventi in altrettanti borghi italiani, uno per ogni regione.
Negli spazi dell’Edificio B12, le opere, originariamente pensate per paesaggi, piazze e architetture locali, mantengono viva la memoria dei luoghi da cui provengono, trasformando l’esperienza dei territori in nuovi racconti visivi.
In mostra le opere di Giuseppe Abate, Roberto Casti, Adele Dipasquale, Gabriele Ermini, Bibi Manavi, Qeu Meparishvili, Aiko Shimotsuma, insieme all’intervento-archivio di Atelier Tatanka che mappa i sei anni del progetto.
Lungo tutta la sua durata, Paesi miei sarà animata da un public program di incontri e proiezioni: . Dialoghi con artisti e curatori – ogni mercoledì
Voices – A Più Voci / di Sara Persico e Babau, a cura di Threes – giovedì 4 dicembre
Paesi miei è un invito a riscoprire l’Italia attraverso le sue comunità, le sue pratiche e i suoi paesaggi, dove l’arte diventa racconto condiviso e memoria viva.
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Sleeps the lake, Brunate (Como, Lombardia), a cura di Edoardo De Cobelli
Vagando nella nebbia di Brunate, ho cominciato a percepire come l’invisibile possa rivelarsi attraverso il tatto e la tensione. Da quell’istante è nato questo progetto, in cui la percezione si fa incerta e il confine tra presenza e immaginazione si fa più tenue.
In risonanza con i fenomeni atmosferici di Brunate, borgo situato cinquecento metri sopra il lago di Como legato alla figura di Alessandro Volta, il progetto vuole restituire le sensazioni scaturite dal dialogo con le atmosfere del paese. Il visitatore è invitato a interagire con le opere: come il lago e i fenomeni atmosferici sono pensati come soggetti vivi e in mutamento, così le opere. Horseshoe è la riproduzione di un ferro di cavallo trovato sulla porta dell’antico pozzo dell’edificio. Affascinata dalla credenza italiana dell’oggetto come amuleto protettivo, l’artista ha deciso di ricrearlo in un vetro con all’interno un gas molto particolare, che reagisce al tocco, “chiamando a sé” la fortuna, come vuole la tradizione. I colori brillanti del cielo di Brunate, come quelli delle sue albe e tramonti, tanto amati dalla comunità, sono ripresi nella serie Matter is void che omaggia i colori del panorama attraverso sfumature e vivaci tonalità luminose uniche. L’illuminazione rafforza il legame dell’installazione con le forze elementari – luce, aria ed energia – e la risonanza emotiva del luogo. Insieme, questi elementi formano un’interfaccia poetica tra corpo, paesaggio e fenomeni invisibili.
Edicola dei Randagi — Shrine of the Strays, Citerna (Perugia, Umbria), a cura di Giovanni Rendina
La rappresentazione dei cani randagi va oltre la semplice documentazione. La sua dimensione poetica invita a riflettere sugli istinti predatori, sull’animale dentro l’umano e l’umano dentro l’animale. Diventa una storia di oppressione, tolleranza, spazio condiviso e, in parte, ruoli di genere.ㅤ
L’opera è un’installazione scultorea composta da lastre di metallo incise secondo l’antica tecnica iconografica georgiana, oggi quasi scomparsa, in dialogo con l’architettura medievale di Citerna. Su ogni lastra è ritratto un cane randagio, presenza quotidiana nella città natale dell’artista, Tbilisi, qui trasformato in “reliquia” urbana. A Tbilisi, i cani randagi fanno parte del tessuto cittadino: hanno un nome, una storia, relazioni uniche con gli abitanti. L’artista eleva queste micro-narrazioni al rango di simboli, con la stessa dignità delle vite dei santi o dei re. L’opera esplora la tensione tra selvatico e domesticità, tra potere e solidarietà, e restituisce poesia e valore alle storie marginali. La tecnica stessa diventa atto di preservazione culturale: un sapere visivo e artigianale in via d’estinzione — quello del formato iconografico tradizionale della cultura visiva cristiano ortodossa georgiana — che in quest’opera trova una nuova possibilità di sopravvivenza.
Lu Gallu, Altidona (Fermo, Marche), a cura di Matilde Galletti
“Là ci stava la statua di un galletto. Poi, lo hanno tolto”. Rispetto a tutte le cose che quella sera mi ha raccontato Luca su Altidona, la breve storia del galletto sulle mura non pareva rilevante. È da questa storia secondaria che prende forma il progetto.
L’opera è frutto del dialogo che l’artista è riuscito a instaurare con la comunità locale durante il suo periodo di residenza. Un racconto fortuito e una vecchia fotografia in bianco e nero, che mostra una scultura di un galletto un tempo collocata all’ingresso del borgo e oggi scomparsa, ispirano l’artista e danno forma al suo progetto: restituire il galletto alla cittadinanza. Richiamandosi alla tradizione locale dei “fornaciai”, che lavorano l’argilla modellando e cuocendo i mattoni con cui è costruito il borgo, l’artista realizza il gallo nello stesso materiale. In occasione della festa inaugurale del progetto, l’artista realizza delle brocche per l’acqua e il vino, dando forma a un momento conviviale che si trasforma spontaneamente in una festa di paese, per celebrare insieme il ritorno del galletto sulle mura cittadine. Il galletto realizzato da Abate è collocato permanentemente sulle mura di Altidona, le brocche e un vassoio sono oggi utilizzati per offrire ristoro ai visitatori della mostra.
Il corredo, Oriolo Romano (Viterbo, Lazio), a cura di Irene Angenica
Quando dipingo, mi muovo come un tombarolo: esploro la superficie nella speranza di trovare qualcosa di prezioso da riportare alla luce. Mi affascina l’idea di cercare senza sapere esattamente cosa sto cercando — e cosa c’è di più meraviglioso che scoprire un tesoro?
L’intervento intreccia arte contemporanea, archeologia immaginata e partecipazione collettiva. Il progetto nasce come riflessione sulla memoria e sull’identità latente del territorio, a partire dal Parco di Palazzo Altieri – luogo simbolico della fondazione rinascimentale del borgo – per evocare in chiave artistica un passato etrusco ipotetico e tuttavia verosimile. Il progetto si sviluppa secondo i codici della parafiction, linguaggio artistico che costruisce finzioni credibili all’interno di contesti reali. Al centro vi è il finto ritrovamento di un corredo etrusco: un insieme di ceramiche “scoperte” nel territorio oriolese, in realtà create dall’artista. La ceramica, medium profondamente radicato nella cultura etrusca, diventa veicolo di narrazione, connessione e riscrittura. L’opera si configura così come un tesoro collettivo e diffuso, una traccia di memoria condivisa che attraversa presente e spazio. Il progetto invita a interrogarsi su cosa consideriamo autentico e su come l’arte possa generare nuove forme di racconto, appartenenza e comunità.
l’infestata, Roccacaramanico fraz. di Sant’Eufemia a Maiella (Pescara, Abruzzo) a cura di Andrea Croce
Penso alla pratica artistica come a una pratica medianica: attraverso il proprio corpo, o quello delle opere, si può essere un veicolo per la voce di qualcun altro? Cosa significa incarnare una voce altra? Nei miei lavori recenti esploro il potere del silenzio e altre forme di comunicazione non verbale usate come pratiche di resistenza.
Il progetto trae ispirazione dalla tradizione dei punti di bivacco tipici dell’alta montagna. Le aree montane intorno a Roccacaramanico e Sant’Eufemia a Maiella sono luoghi intrisi di storia e segnati da un passato di brigantaggio. Anche le pietre in questi luoghi sembrano custodirne le tracce: sono le cosiddette “Tavole dei Briganti”, lastre incise con messaggi di rivolta, ricordi, o indicazioni verso luoghi di ristoro e banchetti clandestini. L’artista raccoglie queste suggestioni per dare forma a una serie di strutture, come panche, letti ed elementi che disegnano spazi di condivisione, pensati per accogliere chi vive o attraversa il borgo durante l’estate. Le superfici di questo nuovo arredo pubblico sono incise con scritte, frasi, appunti: diventano così strutture parlanti, presenze silenziose. Per il progetto, le strutture avevano “infestato” l’area attorno al vecchio cimitero abbandonato, e i sogni di chi lì trovava riposo. In mostra assumono la funzione di arredo d’accoglienza. Qui si può sostare e guardare l’archivio video di Una Boccata d’Arte. Tra le proiezioni anche il video realizzato dall’artista a completamento del progetto.
Partitura per un futuro ritorno, Macchiagodena (Isernia, Molise), a cura di Alessia Delli Rocioli
Il canto potrà essere ascoltato per intero solo quando le persone che lo hanno registrato si ritroveranno per suonarlo insieme. L’opera è composta da frammenti: un invito a una possibile unione. Sta a chi vive la realtà il compito di ricomporli, di rendere pratica l’immaginazione.
Roberto Casti ha lavorato tra il centro di Macchiagodena e tre delle sue frazioni – Caporio, Incoronata e Santa Maria in Pantano. Il dialogo con la comunità disseminata tra le borgate è stato attivato attraverso tre laboratori di riscrittura collettiva del brano Lu Molisano in America, ideato negli anni Sessanta dal compositore locale Antonio Perrella. L’artista ha invitato i partecipanti a immaginare un ritorno possibile, costruendo così una contro-narrazione al silenzio lasciato dallo spopolamento. Dai laboratori sono emerse tre sezioni musicali distinte – ritmo, melodia e voce – che si sono tradotte in altrettante opere diffuse tra le frazioni. Nel Villaggio San Nicola – nucleo più antico del paese, oggi quasi disabitato – è stata fatta risuonare la nuova versione della canzone, frammentata nelle tre sezioni e diffusa da tre case diverse, animate da luci verdi e nuovi elementi di arredo. L’idea è che tale partitura spezzata possa essere ascoltata per intero solo quando le persone che l’hanno registrata si ritrovano insieme per suonarla. Le tre case sono state fotografate e fanno ora parte di tre opere diverse composte da lightbox e casse altoparlanti: ognuna di queste installazioni è traccia visibile del progetto ma è anch’essa portavoce delle sezioni registrate dagli abitanti di Macchiagodena.
Flessione Riflesso, Borgolavezzaro (Novara, Piemonte), a cura di Veronica Botta.
Sono attratta da ciò che si trova sul punto di scomparire, dalle tracce lasciate nell’acqua, nel suolo, nei gesti. Questa installazione è un modo per tracciare queste impronte che svaniscono e renderle di nuovo visibili, anche se solo per un breve istante.
Nel cuore della Bassa Novarese, un territorio profondamente segnato dalla tradizione risicola, ha preso forma un intervento site-specific realizzato nel Dormitorio delle Mondine di Cascina Caccia. L’installazione si sviluppa come un paesaggio tessile sospeso, dove immagini tratte da archivi idraulici e rurali evocano gesti, strumenti, mappe e pratiche in trasformazione. L’acqua attraversa l’opera come un elemento vivo, intrecciando le trame del paesaggio: dai canali di irrigazione visti dall’alto alle strutture vegetali osservate al microscopio. Le immagini, a tratti nitide, a tratti evanescenti, si sovrappongono su tessuti di diversa trasparenza, creando stratificazioni visive che riflettono l’interdipendenza tra ambiente e azione umana. L’artista intercetta tracce, spesso impercettibili, trasformandole in immagine. Le sue opere esplorano non solo il territorio, ma anche la memoria dei corpi che lo abitano: mani che seminano, scavano, misurano, osservano. Gesti ripetuti, tramandati, reinventati, che raccontano il lavoro come forma di relazione con l’ambiente. Il titolo evoca questo doppio movimento: flessione come gesto, riflesso come immagine e risonanza. L’opera si inserisce nel tessuto di una comunità che ha fondato la propria identità sull’acqua e sul lavoro, offrendo uno spazio di ascolto, sospensione e immaginazione condivisa.
Atlas Archive, Una Boccata d’Arte, 2020–2025
L’installazione è il risultato di un’immersione nell’archivio di comunicazione di Una Boccata d’Arte. Raccoglie immagini, testi e informazioni relative alle sei edizioni e ai 120 progetti realizzati tra il 2020 e il 2025 — e delle successive operazioni di analisi, selezione e sintesi effettuate dallo studio. Il processo di trasposizione dell’archivio vuole raccontare l’esperienza di Una Boccata d’Arte attraverso il tema del territorio, inteso sia come collocazione fisica delle opere, sia come panorama antropologico dei borghi che le accolgono.
In questa prospettiva l’installazione occupa lo spazio della sala sviluppandosi su una dimensione orizzontale e una verticale: nel primo caso, restituisce un paramento geografico della distribuzione delle opere, attraverso un mosaico di mappe che evoca la conformazione del territorio italiano; nel secondo caso, la selezione di 120 fotografie — il cui trattamento grafico nasconde e al contempo evidenzia le opere — racconta l’interazione fra arte, borghi e pubblico. Questa operazione analitica sull’archivio ha l’effetto di far emergere ciò che è stato generato in termini materiali dagli interventi artistici, misurando, in un certo senso, l’impatto visivo dell’intero progetto. Lavorando congiuntamente come sistema, i due gruppi di immagini danno quindi vita a uno dei tanti possibili atlanti di Una Boccata d’Arte.

























