Residenza

Caterina Morigi e Gabriele Ermini

03.02.2026 – 21.05.2026
Residenza

Un immaginario archeologico traslato, che esplora l’antico non come materia storica o scientifica, ma come linguaggio vivo che continua a sopravvivere nella nostra percezione del presente.

La ricerca sviluppata da Gabriele Ermini e Caterina Morigi per la seconda edizione di Atelier Elpis si inserisce nel solco della relazione fra l’eredità archeologica e la sua sopravvivenza in ambito contemporaneo.

Se il dialogo con i territori è al centro della missione di Fondazione Elpis, nel contesto italiano questo non può esimersi da un confronto con il paesaggio archeologico. Nella seconda edizione di Atelier Elpis, gli artisti in residenza hanno sviluppato una ricerca dedicata al panorama culturale archeologico e alla relazione complessa che il presente intrattiene con il proprio passato, sviluppando successivamente una serie di opere inedite.
In questo senso Milano rappresenta un caso particolare nel contesto italiano: rispetto ad altre grandi città, la persistenza dell’antico appare meno visibile, pur essendo molto presente. Il passato archeologico giace spesso nascosto, riaffiorando solo a tratti nella quotidianità urbana. Eppure, continua a dialogare con il tessuto contemporaneo della città: sotto il centro storico, nelle stratificazioni del suolo e nelle collezioni dei musei della città. Per sviluppare la loro ricerca, infatti, gli artisti hanno avviato un confronto con diverse realtà locali, tra cui il Museo Archeologico di Milano, il Dipartimento di Archeologia dell’Università Cattolica e la Fondazione Rovati che, pur concentrandosi prevalentemente su reperti etruschi, offre interessanti spunti di riflessione sull’eredità e sulla trasmissione dell’antico.

All’interno di questo contesto, Caterina Morigi riflette sul principio della “maggioranza assente”: ciò che oggi possiamo osservare dei reperti antichi rappresenta soltanto una minima parte di ciò che esisteva originariamente. Nel corso dei secoli gran parte dei materiali è andata perduta, producendo inevitabilmente un’immagine parziale e distorta del passato. La ricerca di Morigi si concentra in particolare sui corredi funerari femminili osservati nei musei archeologici della città, interrogandosi su ciò che manca, su ciò che non è sopravvissuto e sulle narrazioni che queste assenze generano. L’assenza è sostituita, o colmata solo simbolicamente, dalla presenza dell’ambra. Resina fossile, ma anche considerata tra le gemme, è forse la metafora per eccellenza della conservazione delle tracce del passato: custodisce al suo interno insetti e residui vegetali, rendendo visibile ciò che il tempo ha trattenuto.

Gabriele Ermini ha invece lavorato con elementi scultorei e pittorici, esplorando il potere emotivo e simbolico dei reperti archeologici. Ermini osserva come figure molto diverse tra loro, archeologi, collezionisti, ma anche tombaroli, siano accomunate da un’attrazione quasi viscerale, carnale, per gli oggetti antichi. Attratti e richiamati dalla presenza dei reperti, come una sorta di rabdomanti dell’antico, ne percepiscono la presenza, l’aura, che li chiama dal sottosuolo. Come fossero oggetti parlanti, i reperti sembrano rivolgersi a loro e, nel momento del ritrovamento, si consuma un incontro di sguardi: quello di chi osserva per la prima volta l’oggetto e quello che il reperto stesso pare restituire, tanto è il fascino e il valore che porta con sé.

Il lavoro di entrambi gli artisti mette in luce un elemento fondamentale: l’antico non è confinato al passato, ma è una presenza viva e stratificata. Una realtà che ci interpella oggi attraverso tracce, reperti e memorie, invitandoci a immaginarla e a comprenderla come parte integrante della nostra esperienza contemporanea.