
YOU ARE HERE. Central Asia
a cura di Dilda Ramazan e Aida Sulova
Lavanderia
Via Lamarmora 26, Milano
Aika Akhmetova, Medina Bazargali, Temur Shardemetov, Gulnur Mukazhanova, Qizlar, Nurbol Nurakhmet, Aïda Adilbek, Marat Raiymkulov, Kasiet Jolchu, Sonata Raiymkulova, Saodat Ismailova, Chyngyz Aidarov, Azadbek Bekchanov, Munara Abdukakharova, Emil Tilekov, Yerbossyn Meldibekov, Vyacheslav Akhunov, Ester Sheynfeld, Alexey Rumyantsev, Anna Ivanova, Bakhyt Bubikanova, Ulan Djaparov, Zhanel Shakhan, Said Atabekov, Rashid Nurekeyev, Daria Kim, Jazgul Madazimova
YOU ARE HERE. Central Asia offre una vibrante costellazione di visioni artistiche provenienti dall'Asia Centrale, con la curatela di due curatrici centro-asiatiche.
Attraverso linguaggi quali pittura, video, scultura, fotografia, tessuto, installazioni site specific e performance, la mostra presenta le opere e la ricerca di 27 artiste e artisti contemporanei nati in Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan.
Il titolo e la cornice tematica della mostra traggono origine dall'omonima frase di uso quotidiano usata per orientarsi in vari luoghi, strade, città o Paesi, spesso accompagnata da un puntatore grafico che indica la posizione esatta e permette di situarsi nello spazio fisico. Metaforicamente, la mostra YOU ARE HERE. Central Asia manifesta una consapevolezza di sé e un riconoscimento della propria presenza in diversi piani di esistenza.
Nel mondo di oggi, caratterizzato da continue migrazioni, spostamenti e dalla ricerca di un luogo da chiamare casa, i concetti di identità e di appartenenza sono di grande importanza, in quanto garantiscono la propria visibilità e il proprio diritto a collocarsi.
Gli artisti sono stati incoraggiati a staccarsi dalla mappa letterale e, fuggendo strumentalizzazioni e atteggiamenti esotizzanti, a marcare la loro presenza in modi che fossero in risonanza con la loro percezione di sé, i loro punti di vista, i ricordi, i sentimenti e le esperienze vissute. Che si tratti di spazi mentali, corporei, spirituali, geografici, metafisici o politici, tutte le prospettive sono state accolte nell'ideazione della mostra.
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Nell’opera Rage Fantasies (2023) (Fantasie di rabbia), Akhmetova ricreano un pod’ezd: lo spazio d’ingresso comune tra la strada e la casa, un concetto familiare a molti residenti dei condomini di epoca sovietica. La superficie delle pareti del pod’ezd è visivamente segmentata dalla pittura: la parte inferiore della parete è dipinta con colori blu o verdi, che la rendono funzionale e facile da pulire, mentre la parte superiore rimane bianca. La scelta del blu e del verde affonda le sue radici nella storia sovietica: il verde era usato per i macchinari militari, il blu per quelli civili. L’abbondanza e la facile reperibilità di queste vernici ha dato forma a una tavolozza di colori per l’ambiente del pod’ezd. In questo spazio, la cassetta della posta in metallo funge sia da semplice contenitore per la posta sia da cestino per gli oggetti di uso quotidiano. La presenza nel pod’ezd di piante e poster rappresenta il tentativo di addomesticare e personalizzare uno spazio comune. Per Akhmetova, questo spazio è un rifugio per esperienze intime. Descrivono il loro come un progetto “sull’amore, la rabbia e la guarigione”, con immagini di cuori per rappresentare le emozioni. Pensando al pod’ezd come a uno spazio liminale, Akhmetova riflettono sull’alta concentrazione di emozioni passionali in esso intrappolate: dai baci furtivi degli adolescenti e altre marachelle alle conversazioni ascoltate, alle liti e ai festeggiamenti. L’uso della parola mahabbat (che significa amore) è intenzionale, poiché appare in varie lingue e può essere compresa da un pubblico più ampio.
Con questo progetto, Bazargali intende creare una linea telefonica di supporto emotivo, pensata per offrire conforto e rassicurazione alle persone che affrontano traumi legati alla loro terra d’origine e alla difficile decisione di lasciare il proprio Paese.
Questa linea telefonica è accessibile attraverso un sito web, oltre che tramite Telegram e Whatsapp, mezzi molto usati dai migranti di tutto il mondo. Agli utenti viene offerto un menù di selezione che permette di scegliere la lingua preferita e la forma di supporto emotivo. Attraverso messaggi vocali preregistrati in lingue come il kazako, il kirghizo, l’uiguro, l’uzbeko, il tagico, l’inglese e l’italiano, i visitatori vengono accolti con parole di incoraggiamento ed empatia.
Voci di figure anziane affermano con dolcezza: “Stai andando benissimo; non sei una persona cattiva per aver scelto il tuo benessere”, “Sarai sempre il benvenuto nella tua patria”, “Siamo orgogliosi che persone come te condividano la conoscenza della nostra regione”. Bazargali spera che questi messaggi servano a ricordare alle persone la loro resilienza e la loro forza.ㅤ

La principale tecnica artistica di Temur Shardemetov, di stanza a Nukus, è la pittura figurativa espressiva. L’artista fa parte del cosiddetto “fenomeno Nukus”: termine non ufficiale che indica un gruppo di giovani pittori con base a Nukus, la capitale del Karakalpakstan, repubblica autonoma dell’Uzbekistan, gruppo che determina lo sviluppo attivo della scena artistica locale. L’unico scopo delle creazioni di Shardemetov è quello di evidenziare l’armonia tra le diverse specie viventi, che nei suoi dipinti coesistono senza alcuna gerarchia. Realizza opere di piccole e grandi dimensioni con colori acrilici e a olio.
L’installazione di Gulnur Mukazhanova, adattata alla sede di Fondazione Elpis, è una lunga linea dell’orizzonte costituita da tessuti sintetici resistenti e stratificati l’uno sull’altro,che nascondono o mostrano i frammenti degli strati sottostanti. Questa linea crea uno spazio che collega tutti e tre i piani dell’edificio della Fondazione, assicurando la continuità della narrazione della mostra. Gli strati di tessuto potrebbero far pensare a strati di ricordi, in particolare a quelli che sembrano ormai lontani e dimenticati, eppure restano sempre lì. Alcune parti della linea dell’orizzonte sono molto intricate e debordanti, mentre altre sono minimali e ricordano i paesaggi delle steppe del paese d’origine di Mukazhanova, il Kazakistan. L’artista utilizza i motivi del tessuto, mescolando, tagliando, combinando e fondendo i colori, proprio come nella pittura.
Come comunità, Qizlar esiste non solo nel mondo fisico e in un luogo geografico specifico, ma anche su varie piattaforme digitali che svolgono un ruolo fondamentale nella sua attività. Per molti, internet è diventato parte integrante della vita, un luogo in cui le identità si intrecciano in un panorama tecnologicoi n rapida evoluzione. L’installazione di Qizlar mostra un mondo di connessioni fisiche e digitali, dove emozioni ed esperienze creano una mappa-griglia delle relazioni delle componenti del collettivo tra loro e con la loro città natale, Tashkent. L’opera multimediale è costituita da vari messaggi video e audio presi da Telegram, servizio di messaggistica istantanea molto utilizzato in Uzbekistan. Registrati istantaneamente, sul momento, questi frammenti si trasformano in “mini-performance” per una visione individuale. I messaggi creano una presenza morbida, senza imporsi, ma allo stesso tempo stabiliscono un momento di intimità con il pubblico. Nell’installazione multimediale, le cerchie di Telegram prendono vita all’interno di ciondoli, medaglioni e spille rotonde, caratteristici della cultura di massa, che spesso fungono da souvenir e ricordi. La forma circolare dell’oggetto richiama anche i talismani tradizionali come il tumor e il ko’zmunchoq, nonché la semantica del cerchio nelle culture dell’Asia centrale.

L’artista kazako Nurbol Nurakhmet ha realizzato questa nuova serie di opere appositamente per la mostra. In gran parte sperimentale, la serie di dipinti Never Touch the Ground (2024) (Mai toccare terra) apre un nuovo capitolo nel suo percorso artistico. Tradizionalmente alle prese con la pittura su tela, l’artista ha deciso questa volta di utilizzare come supporto lastre di metallo, in particolare di ottone.
L’idea di lavorare sul metallo è stata motivata dalle proprietà e dalle caratteristiche di questo materiale rispetto ad altri supporti piuttosto tradizionali. Infatti, quando si dipinge sul metallo, si può rimuovere completamente la vernice come se non fosse mai stata applicata sulla superficie, ottenendo una lastra quasi vergine. Con questo effetto, Nurakhmet ha cercato di tradurre plasticamente l’idea di storia perduta e riscritta.
La serie fotografica Jeti Qaraqshy (2023), il cui titolo è ispirato alla costellazione dell’Orsa Maggiore, mostra diverse qalta, parola che in lingua kazaka significa tasca o borsa. Fotografate dall’artista, sono state tutte cucite a mano dalla nonna della stessa Adilbek. Con queste qalta, la nonna portava regali, denaro e gioielli, nonché jasau, o oggetti in dote (come un set di piatti da tavola)dalla sua regione d’origine nel Kazakistan occidentale, quando andava a trovare la nipote ad Almaty. La serie evidenzia quindi il prezioso atto di trasmissione intergenerazionale tra varie donne di una stessa famiglia.

Quasi prive di trama, le animazioni di Rayimkulov sono piccoli schizzi che prendono vita. “Le mie animazioni catturano un momento, qualcosa di fisico, emotivo ed esistenziale, che deve essere documentato. Altrimenti scoppio”, spiega. Spostandosi negli anni da un luogo all’altro, l ’artista non aveva uno spazio di lavoro fisso. Ovunque andasse, si sentiva un ospite, spesso sottoposto a forti pressioni. Questa esperienza ha plasmato il suo stile molto minimalista, sviluppato mentre era costantemente in movimento. Le animazioni di Raiymkulov sono ritratti del luogo, del tempo e della presenza di una piccola persona che si muove al loro interno.ㅤ
Per Jolchu, l’ispirazione principale per le sue opere proviene dai ricordi, dalle storie e dalle conoscenze artigianali tramandate dai nonni, con cui è cresciuta. Immergendosi nei ricordi di modelli fluttuanti e deformati, Jolchu trova il suo stile artistico unico. Ricorda che la nonna si sedeva sul suo letto, tesseva fili di lana e creava disegni mentre raccontava storie. In questo letto, circondato da disegni e saturo dell’aroma del feltro, Jolchu sentiva la pienezza della vita. Nella sua immaginazione, questi disegni prendevano vita in varie forme distorte, diventando un piccolo mondo in cui trovava sé stessa. Uno dei mestieri tradizionali kirghisi che Jolchu ha imparato dai suoi familiari è la realizzazione di cannicci, una forma d’arte complessa e laboriosa diffusa in Asia centrale. Questi pannelli sono realizzati con lunghi steli d’erba chiamati chiy. Ogni stelo viene raccolto a mano, pulito e avvolto separatamente con lana di vari colori. Una volta legati insieme, questi steli formano un intricato disegno.ㅤ
L’arte di Raiymkulova riflette spesso su questioni quali il significato dell’esistenza e dell’umanità. Nel suo lavoro, si ritrova come creatura biomorfa ultraterrena nascosta nelle crepe del muro. Le opere di Raiymkulova sono profondamente legate alla sua esperienza personale e alla sua identità di figlia, donna e cittadina. Riflettendo sui suoi approcci artistici, Raiymkulovasi chiede: “Chi sono? E come sono finita qui?”. Gli oggetti che crea sono riflessioni su queste domande, su tutto ciò che di solito viene tralasciato o non detto. È particolarmente interessata al modo in cui sviluppiamo abitudini e mentalità influenzate dalle condizioni della vita quotidiana. Questo la ispira a lavorare con elementi che danno forma al nostro ambiente ma che possono passare inosservati. Ad esempio, le grafiche che crea assomigliano a muri con crepe, dove creature si sforzano di abitare cercando di conquistare più spazio.ㅤ

Il video-saggio Her Five Lives (2020) (Le sue cinque vite) di Saodat Ismailova si concentra sull’evoluzione degli archetipi dell’eroina femminile nel cinema uzbeko. Partendo dal primo periodo sovietico, l’artista e regista conclude il suo lavoro con i film dell’Uzbekistan indipendente, tracciando così un ritratto vivido e mutevole della donna uzbeka catturata dallo sguardo cinematografico. La storia moderna dell’Uzbekistan viene così raccontata attraverso la storia del cinema nazionale.ㅤ

Aidarov ha creato quest’opera mentre viveva e lavorava come immigrato a Mosca. Ha barattato con i suoi colleghi di lavoro ventisette materassi usati in cambio di nuovi e li ha cuciti insieme per creare un lungo “lenzuolo”. Questo lenzuolo è un’immagine collettiva della vita dei suoi conoscenti, sfruttati in un cantiere senza giorni di riposo. Aidarov ha portato il lenzuolo sul campo e lo ha avvolto su se stesso per formare un grande rotolo che supera la sua altezza. Aidarov racconta che l’idea della performance gli è venuta quando, da operaio migrante, lavorava come addetto al carico merci in una fabbrica di dolciumi e viveva nei cosiddetti appartamenti “di gomma” con venti-trenta persone, che pagavano mensilmente per un “posto letto”. In realtà, un posto letto è un materasso standard (200 × 80 o 200 × 90 cm). In queste condizioni, fare il letto non ha senso: dopo aver dormito, il materasso viene semplicemente arrotolato. L’artista ricorda che dopo tre mesi di lavoro senza un giorno di riposo, “il tempo e la sua percezione si trasformano, si perde semplicemente la connessione con il tempo e la vita si misura solo con il rotolamento e lo srotolamento del materasso”.ㅤ
Prodotto nel 2020, Looking for You (Cercandoti) è un ritratto web dell’Uzbekistan immaginato da Azadbek Bekchanov. L’artista, nato in Uzbekistan ma residente in Europa, è particolarmente interessato al modo in cui la tecnologia influenza la nostra percezione della realtà e all’ambiguità che si crea in questo tira e molla tra virtuale e non virtuale attraverso diverse tipologie di immagini. Bekchanov cerca di immaginare una patria, un luogo sognato che mescoli ricordi personali, immagini prese da Internet e storie trasmesse.ㅤ
Artista e architetta, l’opera di Abdukakharova si concentra sulla vita a Bishkek, capitale del Kirghizistan, esplorando le sfide della vita urbana, le pressioni sociali e le questioni ambientali. Mescolando tecniche tradizionali kirghise con temi contemporanei, l’artista utilizza il tipico materasso da pavimento kirghiso, noto come toshok, per trasmettere pensieri quotidiani. Nell’opera Down the Soviet – Up the Manas (2024) (Giù per Soviet– Su per Manas), Abdukakharova fa riferimento ai nomi delle strade di Bishkek utilizzate come vie di trasporto pubblico e li utilizza metaforicamente per riflettere sulle direzioni future del Paese.Si chiede se dobbiamo sempre seguire percorsi limitati e predeterminati, come scendere per via Sovetskaya e salire per Manas Prospect, facendo una fermata obbligatoria in via Kievskaya. Si domanda se i nuovi percorsi oggi ci vengano imposti. Parlando della Manas Prospect, dove si sta costruendo il complesso residenziale “Moscow”, e percorrendo la Jibek Jolu, la Via della Seta, dove è in fase di costruzione la moschea centrale, si chiede in quale misura muoversi lungo uno di questi percorsi dia un senso di casa. Per lei personalmente, la sensazione di casa è evocata dal toshok, anche in assenza di casa.ㅤ
Attraverso lo storytelling e una serie di pannelli di feltro, Tilekov esplora i labirinti come tracce dell’esistenza umana. Raffigurazioni di labirinti come quello di Cnosso si trovano in molte parti del mondo. L’immagine più antica risale a più di 3000 anni fa ed è legata al mito di Dedalo che, secondo la leggenda, creò il labirinto sull’isola di Creta per rinchiudervi il Minotauro. In Kirghizistan, tre rappresentazioni di questo labirinto sono note come petroglifi.
Il percorso attraverso il labirinto simboleggia il viaggio della vita di una persona, dalla nascita alla morte. Durante una delle tournée con l’ensemble musicale kirghisa negli Stati Uniti, Tilekov incontra nel Wyoming un uomo Scioscione. Da questo incontro emerge una sorprendente somiglianza tra gli scioscioni locali e il popolo kirghiso, che gli fa prendere in considerazione l’idea di una parentela tra le loro culture. “Il legame esiste certamente, ma le strade dei nostri antenati comuni si sono divise molte migliaia di anni fa”, riflette Tilekov. ㅤ
Il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, abbreviato in NKVD, è stato l’organo governativo centrale dell’URSS responsabile della lotta al crimine e del mantenimento dell’ordine pubblico dal 1934al 1946. In realtà, le quattro lettere che danno il nome all’istituzione erano per lo più associate a violente repressioni di massa. Intitolata NKVD (2020–21), l’installazione di Yerbossyn Meldibekov consistei n quattro bacinelle di alluminio con le caratteristiche linee di scanalatura che ricordano le mappe topografiche, dove le irregolarità e i dislivelli sono indicati dalla distanza tra le linee. L’artista ha deformatoil rigoroso ordine originale delle linee, in modo che la loro disposizione interrotta crei l’immagine topografica di un rilievo montuoso, arricchita da punti di marcatura incisi e dai nomi delle cime dell’Asia centrale. Il Picco NKVD porta ora il nome di Pierre de Coubertin, ma per motivi politici ha cambiato nome molte volte. Inizialmente chiamato Peak Yagoda, è stato rinominato Beria, NKVD e poi Coubertin. Meldibekov raccoglie e combina tutti i nomi che esistevano un tempo in un’unica vetta, creando un paesaggio inesistente, una falsa immagine del mondo, dove i paralleli geografici diventano storici.ㅤ
Vyacheslav Akhunov, artista di base a Tashkent, presenta un progetto congiunto con la sua apprendista e collega Ester Sheynfeld. Tecnicamente due opere d’arte separate, queste si completano a vicenda, creando un tutt’uno. The Disappearance (2024) (La scomparsa) di Vyacheslav Akhunov prevede la cancellazione letterale di parti di testo, fotografie e immagini da parte dell’artista, creando così distruzione, o meglio decostruzione. Questo gesto brutale sottolinea la fragilità della memoria umana e la cancellazione dei ricordi, la sua natura frammentaria e la dimenticanza intenzionale. Ciò è particolarmente rilevante quando si tratta di eventi e fatti storici, ovvero dell’alterazione deliberata del passato cancellato dalla memoria pubblica e storica per lasciare uno spazio vuoto, che viene poi riempito con un altro significato, spesso opposto.
Dust (2024) (Polvere) di Ester Sheynfeld consiste nel raccogliere, conservare e disporre con cura la polvere prodotta dal gesto di cancellazione di Akhunov all’interno di piastre di Petri. Queste ceneri diventano così un simbolo non solo dell’intelligenza, ma anche della sacralità della conoscenza accumulata, dell’esperienza, che si vogliono conservare per sempre, nonostante la loro lenta distruzione ad opera del tempo e degli imprevisti. Nel complesso, il progetto dimostra anche il processo di trasmissione tra diverse generazioni di artisti contemporanei dell’Asia centrale.ㅤ
Lavorando nei cantieri di paesi stranieri, i lavoratori migranti trascorrono anni lontano da casa, costruendo città che non sono le loro.
L’unico legame che i migranti hanno con la loro patria è quello delle telefonate e delle lettere. E tutto ciò che apprendono dai loro cari tutte le loro esperienze, i loro pensieri, le loro paure e le loro preoccupazioni lo intrecciano silenziosamente nel loro lavoro monotono, infilandolo tra i mattoni, incastonandolo nel muro. Il tradizionale tessuto Ikat, qui incastrato tra i mattoni, funge sia da elemento legante che da vettore del sudore e delle storie dei lavoratori.
New Patterns for Suzani (Nuovi modelli per Suzani) è una serie di opere d’arte tessile di Ivanova che riflette sui profondi cambiamenti sociali, politici e culturali in atto in Uzbekistan. Attingendo alla ricca tradizione secolare centroasiatica del ricamo Suzani, Ivanova reinventa l’artigianato introducendo narrazioni contemporanee come lo sfruttamento ambientale e industriale, la rapida modernizzazione e trasformazione, nonché il ruolo delle donne nella società. New Patterns for Suzani: TreeStumps (2024) (Nuovi modelli per Suzani: ceppi d’albero) è un vibrante collage tessile creato su un tessuto Ikat tradizionale, dove i ceppi d’albero circolari sono accuratamente tenuti assieme da ritagli di tessuto e rifiniti con ricami a mano e pittura acrilica. Le sagome degli edifici lungo il perimetro ritraggono la rapida costruzione che rimodella il paesaggio dell’Uzbekistan, offrendo una narrazione visiva al contempo di perdita e rinnovamento.ㅤ

La video-performance Sebastian (2013) mette in scena una figura androgina seminuda, rappresentata dall’artista stessa nella classica posa dell’iconografia di San Sebastiano, legata a un palo dell’elettricità da qualche parte nei pressi di Almaty. La figura acquista improvvisamente il suo genere e si rivela essere una giovane donna che stende i panni su una corda. L’opera ha le sembianze di uno sketch recitato, realizzato sul posto con i mezzi elementari a disposizione (girato con un cellulare dei primi anni 2010 e privo di montaggio). Un approccio così diretto fa emergere in modo convincente l’atteggiamento senza compromessi dell’artista alla ricerca di un mondo neutrale dal punto di vista del genere. Nel suo essere ironica, l’opera trasforma la tragica morte del santo in un episodio di routine quotidiana.

Nella sua performance River Dwellers (2024) (Abitanti del fiume), Ulan Djaparov si immerge nel regno del mondo naturale, alla ricerca della fusione tra uomo e ambiente. Situato vicino a Bishkek, il fiume vive la sua vita, scorrendo attraverso un canale di calcestruzzo, dove l’acqua appare e scompare rivelando ciò che si nasconde al di sotto. I rifiuti sono diventati parte integrante del paesaggio, trasformando un elemento originariamente naturale in uno spazio urbano marginale. “Corpi come spazzatura... ogni volta che si rimuove la spazzatura, c’è una leggera sensazione di disgusto, curiosità e paura... paura di trovare qualcosa di sgradevole o tracce di crimini. Rifiuti nel fiume – questi sono tracce di piccoli crimini”, dice Djaparov riflettendo sul suo lavoro.ㅤ
La corporeità è un tema chiave nella pratica multimediale di Zhanel Shakhan, che esplora il corpo femminile come contenitore di vita e di resistenza. La sua scultura morbida Tar (2024) – che significa “stretto, angusto” in lingua kazaka – manifesta l’esperienza delle donne,spesso percepite come “troppo” per i ruoli imposti dal contesto sociale: troppo audaci, troppo attive, troppo schiette. La scultura assume la forma di un corpo femminile con mani sovradimensionate trasformate in un nodo rotondo, come un cespuglio rotolante che vaga nello spazio, e raffigura sia la stagnazione che il movimento. Affrontando questo tema, Shakhan evidenzia come il corpo delle donne viene esaminato, addomesticato e controllato.ㅤㅤ
L’installazione Bir Ai (2024) di Said Atabekov può essere tradotta in lingua kazaka come “una luna”. Tuttavia, è composta da trentuno lune, tutte rappresentate dai ferri di cavallo metallici. Il ferro di cavallo, elemento centrale della cultura tradizionale nomade dei kazaki, è un simbolo visivamente forte che può essere interpretato in modo diverso a seconda del contesto. Grazie alla sua forma a mezzaluna, evoca la luna ed è spesso associato a varie divinità lunari che si ritiene portino fortuna e proteggano le persone. Il ferro di cavallo è anche simbolo sincretico per eccellenza, in quanto ricorda visivamente sia la falce sovietica che la mezzaluna musulmana, evocando sistemi politici e religiosi che hanno avuto un grande impatto sulla regione dell’Asia centrale.
I marcatori di rilevamento, detti anche punti di rilevamento o segnali geodetici, sono oggetti collocati per evidenziare punti chiave sulla superficie terrestre. Sono utilizzati di norma per scopi geodetici e di rilevamento del territorio. L’artista Rashid Nurekeyev crea tali punti di rilevamento che poi trasforma in opere d’arte, collocandovi in cima una testa di volpe. Per l’artista, questi segnali sono un modo per mappare il mondo, per marcare il proprio territorio. Attualmente, sono stati installati dall’artista marcatori nelle regioni di Almaty, Turkestan e Kyzylorda, in Kazakistan. Questo è il primo a segnaresimbolicamente l’Italia.ㅤ
The Other Skin (2022) (L’altra pelle) è stata concepita originariamente come parte del public program del gruppo di ricerca DAVRA per la partecipazione di Saodat Ismailova a documenta15. La tecnica principale utilizzata durante la performance è la modellazione della plastilina, un materiale tipicamente usato dai bambini. La sua capacità di trasformazione continua rispecchia i chilltan, quaranta spiriti di forma mutevole appartenenti alla mitologia dell’Asia centrale. Come molti bambini, Daria Kim raccontava ai suoi genitori di creature che abitavano la loro casa – entità che loro non riuscivano a vedere. L’artista si è trovata a rivivere questo momento quando ha smesso di percepirle. Davanti a Kim ci sono quaranta barattoli di vetro e lei, prendendo della plastilina, scolpisce le creature sfuggenti, sigillandole all’interno. Questo atto induce a chiedersi dove si trovino attualmente, in quali pericoli possano trovarsi o addirittura in quale prigionia. The Other Skin esplora il delicato confine tra realtà e immaginazione, utilizzando l’adattabilità della plastilina per richiamare la natura fluida delle percezioni.ㅤ
“Sono cresciuta vedendo mia madre avvolta nei suoi foulards. Sono colorati, con motivi floreali, rosso su bianco, arancione, verde, a volte viola.. Mia madre se li toglie dalla testa senza slegarne le estremità, perché ha sempre fretta di fare qualcosa: cucinare, disfare le valigie, nutrire, piantare, capire, cantare una ninna nanna, amare, lamentarsi, litigare o riposare. Quando avevo 13 anni, mia madre è emigrata in Russia per lavorare. Il vuoto che la sua assenza ha lasciato è stato insopportabile per il mio giovane cuore. Giorni dopo la sua partenza ho trovato il suo foulard, ancora annodato alle estremità, che conservava ancora il suo profumo - un misto di conforto materno e
sudore quotidiano, ancora caldo, ancora suo. Mi ha aiutato a vivere i giorni più difficili della mia vita. Questo ricordo è rimasto con me, ha ispirato le mie opere d’arte con le emozioni durature che un singolo oggetto può evocare”.
In occasione di YOU ARE HERE. Central Asia Jazgul Madazimova presenta una nuova opera che riflette sull’idea della partenza di una persona cara, sulla nostalgia e sulla tristezza che questa esperienza può provocare, ma anche
sul fatto che ogni separazione apre alla possibilità di un nuovo incontro, di un nuovo inizio. Il progetto si svolge in due parti. In una prima fase, il 2 aprile, l’artista realizza una durational performance che ricorda la migrazione della madre, costretta dalle difficoltà economiche del Kirghizistan da poco
indipendente, attraverso il profumo dei suoi capelli lasciato su un foulard.
Successivamente, dal 10 al 13 aprile, un’installazione site-specific accoglierà gli ospiti di Fondazione Elpis, proponendo una chiusura luminosa e piena di speranza per le storie collettive dell’Asia Centrale che il progetto espositivo ha presentato.

















