
Chì ghe pù Nissun!
Bekhbaatar Enkhtur
Martina Melilli
Matteo Pizzolante
Agnese Spolverini
Fondazione Elpis
via Lamarmora 26, Milano
Chì ghe pù Nissun! nasce come rilettura ed estensione del processo di residenze, ricerca e produzione, dal titolo A Sud di Marte, a cui i quattro artisti e artiste – Bekhbaatar Enkhtur, Martina Melilli, Matteo Pizzolante e Agnese Spolverini – hanno partecipato tra aprile 2022 e gennaio 2023 a Castrignano de’ Greci (Lecce), nella sede di KORA – Centro del Contemporaneo.
La mostra è stata realizzata in collaborazione con Ramdom.
Nei due mesi di residenza gli artisti sono stati invitati da Ramdom e Fondazione Elpis a confrontarsi con il concetto di Meridione e a esplorarne le implicazioni di ordine pratico e simbolico. Lo studio della tradizione orale, di saggi a tema antropologico e di testi che riguardano la storia locale è stato il punto di partenza per un’interpretazione dei contesti decentrati come potenziali spazi di riattivazione di senso. Interpretazione che pone tali contesti al centro di un dibattito politico e culturale di scala più ampia e di grande attualità.
La mostra che prende forma nell’ex lavanderia industriale sede di Fondazione Elpis vuole partire da questa riflessione e ampliarne il raggio d’azione, rimettendo idealmente in gioco il rapporto dicotomico “città-provincia” e i modelli produttivi e di consumo che queste storicamente rappresentano. La frase che dà il titolo alla mostra - Qui non c’è più Nessuno! - pronunciata in dialetto milanese dal proprietario di una bottega storica di Via Orti, può essere ascoltata indifferentemente - seppur con due accezioni distinte - in un quartiere centrale di Milano o in un paese del sud Italia, come lo stesso Castrignano de’ Greci. Una dichiarazione che crea un involontario parallelismo tra le trasformazioni delle aree interne e quelle del tessuto urbano, mettendo in luce il carattere globale che tali processi assumono al giorno d’oggi.
Se A Sud di Marte evoca la visione di una meta remota, un Sud luogo di rivelazione, di sperimentazione di una nuova metodologia, Chì ghe pù Nissun! nasce dall’esperienza vissuta dagli artisti a Castrignano de’ Greci ed evolve attraverso il confronto con un contesto radicalmente diverso, quello di un quartiere in piena trasformazione all’interno di un grande centro urbano.
Il racconto che emerge da queste quattro voci evoca uno spettro complesso e multiforme, una polifonia di sguardi e approcci molto diversi fra loro pur essendo transitati per il medesimo contesto. La mostra trova in questa diversità di pratiche una chiave di lettura che permette di costruire una narrazione che, partendo dai luoghi della residenza, giunge fino al centro di Milano per dare forma a nuove suggestioni e nuove prospettive.
La riflessione sul territorio per Bekhbaatar Enkhtur non può che cominciare dal suo paese d’origine, la Mongolia, la cui cultura e iconografia hanno un ruolo centrale nella pratica dell’artista. Nel corso della residenza a Castrignano de’ Greci si ispira ai primi viaggiatori occidentali, gli esploratori che dal mondo “conosciuto” si spingevano fino al lontanissimo “Oriente”, ai confini di ciò che allora era ignoto, raccontandone le meraviglie e le tradizioni. La pratica di Enkhtur è modulata quindi sulle note del viaggio e della scoperta. Fountain è una scultura ispirata ai racconti del missionario fiammingo William de Rubruck che tra il 1253 e il 1255 si era spinto fino al palazzo del Khan, a Karakorum. Qui, secondo il racconto di de Rubruck, i viaggiatori venivano accolti in un giardino dove al centro sorgeva una grande fontana, descritta come “l’albero in argento”, decorata da putti, trombe, leoni e serpenti, dalle cui bocche scorrevano vino, latte, liquore di riso e una bevanda a base di miele. Un simile congegno, molto di più di una semplice scultura ornamentale, serviva per distribuire inebrianti bevande, per intrattenere i convitati durante le feste o gli ospiti alle udienze. Fountain ripropone lo stesso scenografico gioco di forme ed elementi, sviluppandosi su due piani della Fondazione.Come la fontana del cortile del palazzo di Karakorum accoglieva viaggiatori, commercianti e diplomatici, l’opera di Enkhtur invita i visitatori a perdersi fra le sue forme sinuose e a servirsi del vino che sgorga dai suoi zampilli. La ricerca di Enkhtur rivela così un altro approccio allo spazio e al territorio, non più fisico, né mistico,né biografico, ma immaginifico.
Martina Melilli sviluppa una ricerca sul campo prendendo in prestito tecniche e approcci dal mondo del documentario e dell’antropologia. Durante la sua permanenza in Salento indaga le declinazioni mistiche legate al concetto di controra, il momento della giornata relativo alle prime ore del pomeriggio, quelle più calde, dove le attività umane sfumano nel torpore, il tempo rallenta e si carica di suggestioni, leggende, fantasmi e spiriti. Adottando lo stesso approccio, l’artista avvia un’indagine sulla memoria dell’ex lavanderia che ospita Fondazione Elpis, delle persone e delle storie che l’hanno abitata e che ne hanno costruito l’identità. Il poco che è stato possibile ricostruire di ciò che si svolgeva al civico 25 di via Orti, lo si deve alle testimonianze degli abitanti storici e dei proprietari delle botteghe del quartiere, i soli a custodire ancora oggi la memoria di questo spazio. È il caso del Signor Ercole, classe 1940, dai cui racconti è preso anche il titolo della mostra, Chì ghe pù Nissun!. Per colmare ciò che la loro memoria non può ricordare, l’artista si è affidata a una medium, Cristina Pasqualini, e ad un metafonista, Antonio Fois, per fare emergere la memoria stratificata di questo luogo scavando nelle sue “altre” dimensioni storiche.
A simboleggiare questa ricerca parallela, tre frasi affiorano da alcune pareti. Sono citazioni prese da testi fondativi della disciplina spiritista e non solo, che evocano l’idea della tangibilità e del contatto con altre dimensioni. Alcuni di questi testi sono consultabili nello spazio espositivo e formano una piccola biblioteca. La composizione fotografica al piano terra ritrae un fantasma che cammina sul confine fra luce e ombra in piena controra per le strade di Castrignano de’ Greci. Se come scrive Avery Gordon “dietro ogni spettro c’è una ferita da curare” l’artista si chiede se questa ferita possa valere anche per un luogo.
Matteo Pizzolante scava nella memoria del territorio attraverso una ricerca che assume toni biografici. Di origine salentina, durante la residenza a Castrignano de’ Greci l’artista decide di approfondire l’eredità famigliare di storie e racconti e indagare sulla vicenda di un albergo appartenuto a suo nonno. A partire dalle testimonianze di alcuni parenti, l’albergo Aurora, abbandonato dai primi anni Novanta, è stato ricostruito utilizzando un software di modellazione 3D da cui l’artista ha ricavato immagini che ha poi stampato in cianotipia su alcune porte. L’albergo diventa quindi l’inizio di un processo di analisi personale e collettiva che si fa specchio delle dinamiche storico-sociali di un territorio.
In mostra nell’ex lavanderia, Pizzolante interagisce con elementi strutturali dell’edificio inserendovi oggetti di tipo scultoreo e facendo così dialogare l’ambiente ricostruito dell’albergo con lo spazio che lo ospita. L’installazione trova un suo completamento attraverso la scoperta di un albergo omonimo a Milano, dove Pizzolante ha trascorso una notte, trasformando per quelle ore la sua stanza in uno studio d’artista. Qui, con la strana sensazione di essere turista nella propria città, ha scelto degli oggetti, come le maniglie delle porte e i portachiavi, e ne ha realizzato dei calchi che ha poi integrato nel flusso narrativo del suo lavoro. Gli stessi oggetti sono stati inseriti in vetrofanie che l’artista ha realizzato creando delle nuove immagini, in cui le atmosfere dei due alberghi dialogano come in una foto a doppia esposizione. Aurora si presenta quindi come una sorta di progettazione della memoria, dove i software solitamente impiegati per creare immagini che rimandano a situazioni abitative future vengono qui utilizzati per ricostruire un passato fatto di ricordi.
Con Agnese Spolverini l’osservazione delle geografie dell’abitare prende la forma concreta dei materiali che plasmano il paesaggio. Nell’opera di Spolverini il rapporto con il territorio diventa fisico. È la pietra a trasformarsi in corpo: da un lato la pietra leccese bianca, liscia e lucida, dall’altro il tufo poroso, scuro e vulcanico. La prima incontrata durante la residenza in Puglia e fino a quel momento a lei sconosciuta, il secondo tipico della terra natale dell’artista, la Tuscia. La prima dura, perfetta per costruire in altezza, il secondo friabile e che insegna per sua natura a scavare tane nel profondo. Due tipologie geologiche diverse eppure vicine. Entrambe, infatti, evocano l’idea di un abitare decentrato con tutte le implicazioni che questo porta con sé, come la necessità di trovare un equilibrio tra tutela del territorio e apertura al mondo esterno. In Insediamento, l’opera presentata in mostra, l'immagine di una parete di tufo è stampata su tessuto in modo da formare una membrana cilindrica, un contenitore permeabile e attraversabile. Al suo interno si può ascoltare una composizione poetica realizzata dall’artista, ispirata a esperienze personali e allo stesso tempo a testi teorici e saggi come “Riabitare l’Italia” che affrontano l’idea del vivere lontano dal centro, in un ecosistema a contatto con la natura. Il lavoro di Spolverini non vuole fornire risposte ma cerca piuttosto di mettere in discussione visioni consolidate sull’abitare attraverso l’unione di esperienza diretta e contributi di studiosi.














